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 Mercati CortoBio 

Tutti i sabati presso il Parco dei "Comboniani" a Como-Rebbio, dalle 8 alle 12, è allestito il "CortoBio", il mercato dei produttori biologici e locali (via Salvadonica 3)
 

 

 

 

 

 

 

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 Tesseramento 2018
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Vota la compagnia Vale come peggior multinazionale al mondo

 
La Vale, impresa mineraria brasiliana presente in 38 paesi e considerata oggi la maggior corporation di estrazione minerale del mondo, è una delle sei finaliste del premio “Public Eye Award”, che ogni anno elegge la peggior impresa del Pianeta attraverso il voto popolare e annuncia la vincitrice durante il Forum Economico Mondiale di Davos, in Svizzera. È la prima volta che un’impresa brasiliana concorre al premio.
Entra nel sito www.publiceye.ch e vota Vale!
 
L’indicazione di quest’impresa per il Public Eye Award 2012 è stata fatta dal “International Network of People Affected by Vale”, tramite la rete brasiliana “Justiça nos Trilhos” e in collaborazione con le ONG internazionali Amazon Watch e International Rivers. Alla base di questa ‘nomination’ ci sono innumerevoli impatti ambientali, sociali e nel mondo del lavoro causati negli ultimi dieci anni dalle attivitá di questa multinazionale, in Brasile e nel mondo.
 
L’entrata dell’impresa, in 2010, nel Consorzio ‘Norte Energia’, responsabile per la costruzione dell’idroelettrica Belo Monte nel fiume Xingu, in Pará (nord del Brasile), è stato considerato dagli organizzatori del premio (Greenpeace Suíça e Dichiarazione di Berna) il fattore determinante per l’inclusione di Vale nella lista delle sei finaliste al Public Eye di quest’anno.
 
Vale possiede il 9% delle azioni del Consorzio, che sloggerá circa 40mila persone dalle loro terre, colpendo direttamente o indirettamente 14 comunitá indigene del Médio Xingu, allagando 668 Km2 e seccando 100 Km di fiume della Volta Grande do Xingu.
 
La votazione del Public Eye Award 2012 avviene tramite il sito www.publiceye.ch/en/vote/vale/ e continuerá fino al 26 gennaio.
 
Nel sito www.justicanostrilhos.org sono raccolte le motivazioni principali (in portoghese e in inglese, per ora) di questa candidatura, specificando i molti impatti sociali, ambientali, del mondo del lavoro e contro le popolazioni indigene, tanto in Brasile come nel mondo intero.
 
Maggiori informazioni:
 
p. Dario Bossi – Brasile
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Freddie Del Curatolo: «Tutto risolto, la Scuola calcio Malindi non chiuderà», 16 dicembre 2011

Questa mattina vi ho inviato una esternazione personale relativa alla comunicazione da me ricevuta dal presidente della Onlus Karibuni che avrei dovuto chiudere la scuola calcio del Genoa di Malindi.
Ora apprendo che la scuola calcio invece non chiuderà e che si è trattato solo di un problema di comunicazione tra la Onlus e la società Genoa Cfc, che insieme hanno reso il nostro sogno possibile, rinnovando l’appoggio al progetto sociale colorato di rossoblu.
La notizia non può che farmi felice e sicuramente sfocerà in una grande festa di sorrisi e danze dei miei grifoncini kenioti, quando la comunicherò loro al campo di gioco.
Mi scuso con voi per il disagio che questa situazione, risolta per fortuna nell'arco di una giornata, può avere procurato.



GENOVA, giovedì 15 dicembre 2011

Sta per chiudere la scuola calcio Genoa di Malindi, in Kenya. Il suo ideatore, Freddie del Curatolo, giornalista scrittore e grande tifoso rossoblù sostiene che lo stop all\'attività è dovuto allo scarso interesse mostrato verso l\'iniziativa dalla società genoana. Il progetto era stato presentato e lanciato nel 2009.

Leggi tutto: Freddie Del Curatolo: «Tutto risolto, la Scuola calcio Malindi non chiuderà», 16 dicembre 2011

IL CAMMINO DEGLI ULTIMI MIJIKENDIA

Sto camminando in mezzo a centoventicinque eroi.
Anacronistici, meravigliosi eroi che tentano, da soli, di salvare la loro cultura e le loro tradizioni. Non si chiamano aborigeni o pellerossa. Anche per questo non hanno alle spalle nemmeno una fondazione, un’associazione, una cavolo di onlus che li sostenga, li accudisca, li preservi.
Non sono ocelot del Paraguay o marmotte siberiane, nessuno, tranne loro stessi, griderebbe alla scomparsa, lieve e morbida come una qualsiasi commistione umana, o “meltin’ pot” come dicono nei paesi in cui delle tradizioni frega poco quasi a tutti.
Camminano a passo spedito, gli ultimi dei Mijikenda, una delle più antiche etnie del Kenya.
Indossano la voce come i loro abiti tradizionali. E’ un canto nudo, vero, senza vergogna quello che si snoda in mezzo al traffico di Malindi, da dove siamo partiti. Sono gospel animisti che parlano di esodo e di speranza, di pace ed unità. Gli stessi che i loro antenati sbriciolavano tra le labbra quando, mille anni fa, abbandonarono le colline di Shangwaya, al confine con la Somalia, per trasferirsi nella regione costiera. Loro, nomadi per forza, cacciati da tutti, con il sogno di diventare un giorno stanziali. I primi furono i somali, con cui litigarono per via delle diverse abitudini sessuali prematrimoniali, poi arrivarono i Galla che ne scuoiarono a migliaia. Giunti sul mare arabi e cinesi li ricacciarono nell’interno, e chi restava veniva fatto schiavo e deportato. Gli inglesi confiscarono i loro terreni e li ridussero a mezzadri, prima ancora che a maggiordomi, giardinieri, cuochi e autisti per due scellini. Una vita dalla brace alla brace, tra esodo e schiavitù. Oggi i rappresentanti di questo popolo africano molto meno sponsorizzato e trendy dei maasai, sono nuovamente in movimento. Per non veder morire mille anni di storia, tramandata oralmente, impressa sulla pelle e scolpita nelle ossa. Il loro leader è l’uomo più piccolo e gracile del gruppo. Joseph Karisa Mwarandu, avvocato cinquantenne che alle tre del pomeriggio, ogni giorno, smette la giacca e la cravatta davanti alla corte di Malindi e indossa i paramenti dei suoi avi, avvolgendo il khanga, pareo tradizionale, ai fianchi e lo sciarpino bianco al collo, che scende sul petto nudo. La figlia è tornata da Nairobi, dove studia legge, per l’occasione. Emmanuel e Sylvia, i più giovani della truppa, vorrebbero imitarla ma non hanno i soldi per continuare a studiare. C’è John il segretario, che tiene l’archivio etnico, c’è Mwana il poeta di bianco vestito. Lo si riconosce per gli occhiali da vista e viene da pensare che tutti i bohemien del mondo sono uguali, un dandy può essere tale anche se nato in una capanna di fango e sterco e non in un castello della Loira. Baya invece è un cantautore impegnato, scrive testi sull’emarginazione di chi protegge le istituzioni e allo stesso tempo combatte le storture radicate nella sua civiltà, come l’omertà riguardo alle molestie sui minori, l’alcolismo e l’uso smodato di nuove droghe, la peste di quel tipo di capitalismo che è arrivato anche qui e che chiamare selvaggio è un’offesa alle verdi colline d’Africa dove lui e la sua gente sono nati. Qui i giovani si ammazzano tra loro per un telefonino, e non lotteranno mai per avere una scuola più attrezzata, un museo con dentro le loro radici, un pronto soccorso a pochi chilometri dal villaggio.
Intorno agli “intellettuali” di questo improbabile manipolo, ci sono gli anziani stregoni, che ancora guariscono la malaria con le foglie e curano l’infertilità con danze e rituali magici. C’è il vecchio Mboko, ricoperto di pelle di facocero e piume di fagiano, c’è Wanje con la barba più lunga dello sguardo, ma più corta del suo passo.
Camminiamo per Malindi. Qui la mescolanza, la multi etnicità è quotidiana. Si respira nei bazar, tra le bancarelle del mercato vecchio, perfino negli hotel della zona turistica. Islamici e cristiani convivono da sempre e non si sono mai accapigliati. Non ci sarebbe motivo, qui sanno tutti che Dio è troppo grande e lontano e se, come dice nonno Kazungu, la religione è una scala, è capace che mettendone assieme molte, anche diverse tra loro, lo si possa raggiungere. Una scala, da sola, non arriva neanche al primo piano di una nuvola. Ma nelle strade affollate di Malindi si sfiorano anche indiani e tedeschi, tanzaniani e somali, concittadini di Briatore e connazionali di Obama.
La gente, in sorridente disordine, si mette ai lati delle strade e sorride al corteo che canta. Guardano le donne, meravigliose brutture bardate di rosso e di viola, agitare i loro seni fasciati e i loro fondoschiena sporgenti. Poi si fissano sull’uomo bianco, lo additano e ridono.
Molti mi salutano, mi chiamano per nome. Altri chiedono informazioni. “Non è uno sciroccato. Forse, sì. A giorni alterni”.
I miasmi del mercato vecchio, in cui l’ananas macerato al sole si confonde con i piccoli pesci di barriera corallina essicati e la miscela delle apecar, inebriano l’incedere irregolare del corteo, che s’ingrossa di simpatizzanti, ubriachi, buoni a nulla, studenti e donne che stavano facendo la spesa con in tasca le monete sufficienti per un chilo di spinaci e quattro pomodori.
“Dove andate?”
“A Kaloleni, passando da Mombasa”
Centoquaranta chilometri. Per arrivare nel luogo simbolo della cultura Mijikenda. La Kaya (vuol dire Casa, ce ne sono solo tre con la C maiuscola in Kenya) dove la regina Mepoho, a metà del milleottocento, fece il suo vaticinio sull’arrivo dei colonialisti e secondo la leggenda scomparve, nascosta dal fumo di un baobab incenerito da un fulmine, nelle viscere della terra.
“Verrà un popolo con la pelle e i capelli chiari, userà per muoversi strani veicoli per cielo, per mare e per terra. Saranno gli uomini, non le donne, a governare quella società. Quel giorno per il nostro popolo sarà la fine”.
Oggi la Kaya è minacciata dagli speculatori. Un fazzoletto di savana in mezzo al nulla è al soldo di piccoli proprietari terrieri senza scrupoli né storia. Gli squatter lo occupano, i pastori lo reclamano, gli affaristi lo bruciano. E’ il simbolo di quel che sta accadendo alla loro cultura, alla tradizione orale che nessuno trascrive, che non si riesce neanche a mettere in gabbia, nella prigione dignitosa d’un museo.
Gli ultimi dei Mijikenda sono in viaggio per fare la loro storia. E la stanno facendo.
Usciamo da Malindi, prendiamo la strada dell’aeroporto. Volti contadini, visi duri d’ebano e provati da fatiche ancestrali osservano l’atterraggio di quello che ancora oggi nella lingua madre swahili si chiama “ndege”, uccello. Perché tutto in principio era natura, e tutto tornerà ad esserlo.
Marciano fieri, i miei amici. Abbiamo già fatto tante cose insieme e tante ne faremo. Sto raccogliendo le loro storie, le leggende tramandate di padre in padre più giovane e raramente in figlio o nipote. Non sono un maratoneta, non ho il fisico, e non mi prendo meriti che mai potranno essere miei. Salgo in macchina e li seguo fino quasi a Gede, dove all’ombra di un grande baobab improvvisano un comizio per la gente del luogo che non sapeva di questa manifestazione.
Intorno è solo cielo, boscaglia e una striscia d’asfalto. Giovani che si sporcano le mani con il carburatore di un elefante di lamiera in avaria e la bocca con la parola “cultura”.
“Calciar, calciar” pronunciano alla maniera dei rasta giamaicani. “Loro difendono la nostra calciar. Siamo tutti mijikenda”. Poi ti chiedono qualche spicciolo per un tè, per un pacchetto di sigarette.
“Non è meglio che li dia a loro per la calciar?”
“Dalli anche a loro, mzungu. Ma anche a me per le sigarette”.
Altre anime uscite dal verde oltre la carreggiata vorrebbero unirsi al corteo, ma dicono di avere da fare. Altri precedono per qualche chilometro con la loro motocicletta il serpente umano che si è rimesso in viaggio. In serata arriveranno a Tezo, dopo quaranta chilometri a passo di diaspora. “La prima giornata è sempre la più dura” mi dice Baya al telefono. “Domani erudiremo Kilifi, il capoluogo, e dopodomani saremo a Mombasa. Sfileremo nella grande città”.
Martedì, dopo cinque giorni di camminata di pace e unità, di speranza e gioia, raggiungeranno Kaloleni. E io sarò lì ad attenderli, e a raccontarne l’orgoglio.

Freddie Del Curatolo, Kenia

L’attesa…La Speranza… La gioia di vivere…

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quarto viaggio della speranza in Sudan

In allegato le notizie sul quarto viaggio della speranza in Sudan.
Abbiamo inoltre iniziato le pratiche per il quinto viaggio in Sudan programmato per Aprile, saranno 12 cardiopatici. 
Altre notizie:
In questi giorni finalmente è iniziata la pioggia stagionale. Nel campo si sono iniziati a piantare i semi di tante varietà di ortaggi nella speranza di un buon raccolto.
Grazie alla pioggia il fiume. che era in secca, ha ripreso vigore. Siamo riusciti a mettere in modo l'impianto della turbina e avere l'acqua nei rubinetti della comunità.
La scuola: abbiamo iniziato a costruire le capriate in legno, in modo da avere presto un tetto per la scuola. Speriamo di poterla mettere in opera in tre mesi. In seguito vi manderemo delle foto dei lavori.
Un caloroso saluto e un grazie per la vostra collaborazione che rende possibile tutto questo.
Nonno Luigi
 
 
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L'amore non ha confini

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notizie da nonno Luigi
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3° Viaggio Sudan al Salam Center Emergency

1 - Ashford Kibara                anni 37  M
2- James Kinyua                   anni 24  M
3- Bena Kaguiria                  anni 14  F
4- Venanzia Wakin Murithi  anni 34 F  
5- Andrew Lpariyai              anni 13 M
6- Tyson Mukaria                 anni 14 M

 

 

               1° viaggio in Sudan  pazienti cardio   N° 9

               2° viaggio in Sudan  pazienti cardio   N° 4

     Siamo al 3° Viaggio in Sudan  pazienti cardio  N° 6
                                                                   --------------------

                                                  Totale                        19

 

 

Sono in attesa più di 30 con tanta speranza

E tutte le settimane ne arriva nuovi da ogni parte del Kenya.

 

 

Appello di nonno Luigi

 

Si avvicina le feste natalizie,

Siamo capaci di risparmiare qualche acquisto superfluo

 e donare l’equivalente per collaborare a salvare tanti cardiopatici

destinati a morire perchè sono poveri !!!!!

 

 

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La vita di Sakineh Mohammadi Ashtiani è in bilico


Ciao,
 
Grazie per essere stato al nostro fianco nella mobilitazione per salvare la vita di Sakineh Mohammadi Ashtiani.
 
Come temevamo, le autorità iraniane stanno provando a cambiare la modalità di esecuzione della condanna a morte al fine di ridurre la pressione internazionale. Puntano sul fatto che il mondo s'indignerebbe di meno se Sakineh Mohammadi Ashtiani fosse la 200esima persona impiccata per omicidio, anziché la prima lapidata per adulterio del 2010.
 
Nell’ultimo mese, dall'Iran sono arrivati messaggi e dichiarazioni contraddittorie con il chiaro intento di creare confusione intorno alla condizione giuridica di Sakineh Mohammadi Ashtiani, ma la situazione è chiara, il pericolo di un’esecuzione imminente resta molto alto.
 
La vita di Sakineh Mohammadi Ashtiani è in bilico, nelle mani di un sistema giudiziario arbitrario e privo di garanzie di rispetto dei diritti umani.
 
Per questo abbiamo bisogno nuovamente del tuo aiuto!
 
 
Grazie per il tuo impegno!
Amnesty International - Sezione Italiana
 
Se sei su facebook, entra nel gruppo "Per i diritti umani in Iran".
 
PS: con il tuo aiuto possiamo fare la differenza! Dona ora per sostenere le attività di Amnesty International in difesa dei diritti umani alla pagina www.amnesty.it/sostienici o al Numero Verde 800 99 79 99.

La gestione della Comunità di Ndugu Zangu.

L'obbiettivo della Comunità di Ndugu Zangu, è di offrire gratuitamente ospitalità ai bambini e cure mediche a chiunque del circondariato ne abbia bisogno.
Se, per un qualsiasi problema, i bambini vengono abbandonati dalla famiglia, la comunità di Ndugu Zangu, se ne fa carico, fornendo loro vitto e alloggio.
Inoltre la comunità presta visite mediche gratuitamente a chi ne fa richiesta ed a tutti i bambini della comunità.
Sono stati organizzati 13 “viaggi della speranza” che hanno dato la possibilità ad 86 ragazzi/e cardiopatici di tornare ad una vita normale o quasi normale.
Al rientro infatti, a questi ragazzi/e sfortunati, necessitano ancora dei farmaci e delle visite periodiche cardiologia che in certi casi, li accompagneranno per tutta la vita; e la Comunità si è presa anche  questo onere, di assisterli e fornirgli i medicinali necessari.
Questi medicinali, però, per la maggior parte devono essere importati, ed hanno un costo, a volte anche considerevole, ed a questo costo si sommano le spese di gestione, di vitto e di alloggio dei ragazzi.
Si è stimato che in media il costo di un cardiopatico si aggira sui 3€/giorno,    mentre il costo di un bambino ospitato, si aggira sui 2€/giorno.
 Attualmente ci sono circa 220 bambini, ragazzi e studenti assistiti di cui 86 ragazzi cardiopatici operati ed altri 25 in attesa.
Per il reperimento dei fondi, la Comunità di Ndugu Zangu, ha proposto un programma di ‘Sostegno Umanitario’, in modo che ogni donatore può donare secondo le proprie possibilità.
Tra gli obbiettivi della Comunità vie è anche l’istruzione a tutti, in modo tale da prepararli ad un futuro migliore, ed a tal proposito, si stà costruendo una ‘Scuola Primaria’ vicino alla Comunità.
Per la realizzazione di questa scuola, il Vostro contributo è sempre ben accettato.
Ndugu Zangu,  30 agosto 2010
Nonno Luigi

 

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13° viaggio della speranza

L'amore non avrà mai fine, sempre avanti con tanto coraggiio e un pizzico di Fede che permette di trasportare le montagne.
nonno Luigi
 
 
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Progetto Scuola, SOS cemento - mancano 4.000 sacchi

cari amici  e sostenitori,
buone notizie: siamo riusciti ad acquistare 200 sacchi di cemento da 50 kg e i lavori di costruzione della nuova scuola sono quindi ripresi.
ecco qualche foto in allegato dello stato avanzamento lavori.
come avrete letto sul sito nella sezione ultime notizie, infatti, Nonno Luigi ha lanciato un appello lo scorso maggio per la mancanza di fondi per l'acquisto del cemento necessario per il progetto a lui tanto caro di una scuola all'interno della comunita'. 
grazie a tutti coloro che  hanno raccolto l'SOS ...
 ... 4.000 sacchi di cemento separano ancora i piccoli di Ndugu Zangu dal loro diritto fondamentale all'istruzione ...
a presto,
AMICI DI NDUGU ZANGU ONLUS 
via Garibaldi, 7 - 22030 Pusiano (CO) 
tel. 339 6142751